«La classe A suona meglio, peccato che scaldi.» È una delle frasi che tornano più spesso quando con i nostri clienti parliamo di amplificazione. Dietro quelle lettere sulla scheda tecnica — A, A/B, D — c’è a volte molta leggenda e poca spiegazione.
Mettere ordine conviene, perché le classi di amplificazione non decidono solo quanto scalda, quanto pesa sullo scaffale e come suona. Il legame con il suono, inoltre, è molto meno diretto di quanto racconti il sentito dire. Vale la pena capire cosa indica davvero quella lettera prima di farne un criterio di scelta.
La classe non è un voto di qualità
Partiamo da cosa fa un amplificatore. Non prende semplicemente il segnale della sorgente e lo fotocopia più grande ma usa quel segnale per modellare una corrente molto più potente, che arriva tutta dall’alimentatore, dandole la forma esatta della musica. Il lavoro vero lo fanno i transistor finali ed i condensatori, ed è su di loro che si gioca tutto.
La classe descrive infatti per quanta parte dell’onda quei finali restano in conduzione, cioè accesi. Da questo singolo parametro dipende tutto il resto: la distorsione, il calore, l’efficienza. Non è però un giudizio sulla qualità, ma una descrizione di come l’apparecchio è progettato.
Classe A: la più lineare, e la più assetata
In classe A i finali conducono per l’intera onda, il giro completo di 360 gradi. Sono sempre accesi al massimo, anche nei silenzi tra un brano e l’altro. Il vantaggio è che il segnale non viene mai «spezzato»: niente distorsione d’incrocio, linearità altissima e quella priva di asperità che si associa al vertice dell’analogico, soprattutto ai volumi d’ascolto domestici.
Ma esiste sempre un rovescio della medaglia. L’efficienza reale di un amplificatore in classe A si assesta spesso sotto il 25 per cento: un integrato da 25-30 watt in classe A può assorbire quindi 150-200 watt continui e trasformare tutto il resto in calore. Da qui i dissipatori enormi e telai pesanti. È un approccio da puristi, una nicchia riservata ai progetti costruiti senza compromessi: vedi il mitico Musical Fidelity ed i Luxman, per esempio, che portano avanti da decenni la loro tradizione di integrati in pura classe A, con finali sempre in piena conduzione e telai pensati apposta per smaltire il calore.
Classe B: perfetta sulla carta, non nella pratica
All’estremo opposto c’è la classe B, che sfrutta una configurazione push-pull: un transistor si occupa della metà positiva dell’onda, un altro della metà negativa, 180 gradi ciascuno. Molto più efficiente degli amplificatori in classe A, intorno al 70 per cento. Porta in dote però un difetto fastidioso: nel punto in cui un transistor «passa il testimone» all’altro, cioè allo zero dell’onda, nasce la distorsione d’incrocio, un’asprezza udibile proprio sui dettagli più fini. Per questo la classe B pura, da sola, in hi-fi non si usa quasi mai. Ma non per questo è stata inutile.
Classe A/B: il compromesso che fa suonare quasi tutto
La classe A/B prende il meglio delle due precedenti. I finali conducono poco più di metà onda, con una piccola zona di sovrapposizione in cui lavorano entrambi. Il risultato è che nei primi watt — quelli che usi davvero in un ascolto in casa — l’amplificatore si comporta come un classe A e cancella la distorsione d’incrocio, mentre quando spingi sui picchi sfrutta l’efficienza della classe B, che arriva intorno al 50-65 per cento. Pulizia dove conta, calore “gestibile”.
Non è un caso che la stragrande maggioranza dei buoni integrati e finali in commercio sia in classe A/B: è la tecnologia «invisibile» dietro gran parte degli impianti seri. Linn, McIntosh, Naim, Rega e Rotel sono alcuni dei marchi che hanno sviluppato e creato amplificazioni indimenticabili ed ancora adesso molto apprezzate basate su questa tecnologia.
Classe D: dove la «D» non sta per digitale
Primo mito da archiviare: la D non vuol dire digital. La classe D è un amplificatore a commutazione: i finali non «seguono» l’onda, ma si accendono e si spengono completamente a frequenza altissima, centinaia di migliaia di volte al secondo. È la larghezza di questi impulsi, la modulazione PWM, a contenere l’informazione musicale; un filtro in uscita ricompone l’onda analogica che arriva ai diffusori.
Siccome i transistor stanno sempre o del tutto accesi o del tutto spenti, sprecano pochissima energia in calore: l’efficienza arriva all’85-95 per cento. Tradotto: tanta potenza in telai piccoli, freddi e leggeri. Le prime generazioni avevano limiti udibili sugli alti e poca corposità sulle note basse, la cattiva fama nasce da lì. Ma le realizzazioni moderne hanno cambiato le regole. NAD, per esempio, costruisce l’integrato C 389 con la propria tecnologia HybridDigital UcD, moduli in configurazione bridge che erogano 130 watt per canale sia su 8 sia su 4 ohm, con una resa che regge il confronto con le migliori elettroniche tradizionali. Il nome HybridDigital indica proprio questo accostamento: un front-end digitale completo, con DAC e ingressi numerici a bordo, unito a uno stadio di potenza in classe D. La sigla UcD, in particolare, preleva la retroazione a valle del filtro d’uscita, e così tiene bassa la distorsione e stabile la risposta con qualunque diffusore colleghi, proprio il punto debole che penalizzava le prime classi D. Oggi la classe D è la scelta naturale per diffusori attivi, subwoofer, sistemi multiroom e finali dedicati a pilotare diffusori con impedenza molto bassa.
Quello che conta più della lettera
Come detto all’inizio la lettera non comporta un giudizio sull’amplificatore. Contano la qualità dei componenti interni, lo stadio d’ingresso, l’alimentazione e la cura costruttiva. Un classe D moderno ben progettato non ha nulla da invidiare a un tradizionale classe A ed un classe A/B spesso ha prestazioni inaspettate.
Ascolta la differenza a Milano
La lettera sulla scheda ti dice come è fatto l’amplificatore, non come suonerà nella tua stanza, con i tuoi diffusori e la tua musica. Quello si scopre in un modo solo: ascoltando. Ed è esattamente il terreno su cui l’esperienza in negozio fa la differenza.
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